Se vuoi far litigare delle persone impiegando solo 30 secondi, non parlare di politica. Parla di alcol.
Basta una frase: “un bicchiere fa bene” oppure “anche un sorso è veleno”, e tutti si schierano. Il problema è che la scienza, qui, non funziona per slogan: funziona per dose, durata, contesto e probabilità.
Sì: l’alcol aumenta il rischio di alcuni tumori.
No: questo non significa che ogni unità alcolica sia una sentenza individuale.
E sì: proprio perché la questione è seria, vale la pena raccontarla bene, senza allarmismi e senza autoassoluzioni.
Qualche anno fa (2022) su VinOsa.it avevo già messo le mani su una frase che torna ciclicamente, come le zanzare a maggio: “L’alcol è cancerogeno a qualunque dose, quindi, qualsiasi quantità ti porta (inevitabilmente) al cancro”.
È una di quelle affermazioni che suona “scientifica” perché è netta, assoluta, senza se e senza ma. Il problema è che proprio per questo, spesso, dice meno di quanto sembra.
In quell’articolo facevo notare una cosa semplice: il rischio oncologico non è una variabile monodimensionale. Dipende dalla dose, sì, ma anche dalla durata, dalla modalità di consumo, dalla genetica, dal sesso, dal fumo, dalla dieta, dallo stato del fegato, ecc. E soprattutto dipende da come traduciamo il concetto di “rischio” in numeri: rischio relativo, rischio assoluto, probabilità individuale, probabilità “media” su popolazioni enormi.
Quindi riparto da lì, con un aggiornamento più strutturato: non per minimizzare, e nemmeno per fare il gioco dell’“assoluzione del bicchiere”, ma per rimettere a posto le parole.
Perché, quando si parla di salute, le parole sono spesso più pericolose della sostanza.

1) Primo punto fermo: sì, l’etanolo è un cancerogeno del Gruppo 1
Se ci spostiamo dal chiacchiericcio sui social alla letteratura, un punto è molto solido: l’etanolo (quello nelle bevande alcoliche) è classificato cancerogeno di Gruppo 1 dalla IARC. Questo non significa “ti ammali sicuramente”, ma significa: ci sono prove causali robuste che il consumo di alcol aumenta il rischio di alcuni tumori nell’uomo.
Le evidenze più robuste riguardano soprattutto i tumori della cavità orale e faringe, dell’esofago, del fegato, del colon-retto e della mammella.
E i meccanismi biologici non sono un “mistero narrativo”: il protagonista molecolare è spesso l’acetaldeide, prodotto dell’ossidazione dell’etanolo, capace di formare addotti con il DNA, interferire con i sistemi di riparazione e aumentare la probabilità che errori genetici “passino” i controlli.
Quindi: sì, il nesso causale è reale e documentato.

2) “Non esiste una dose sicura”: frase vera, ma spesso capita male
Quando l’OMS (e altre istituzioni) dicono “non esiste una dose sicura di alcol”, a molti la frase suona come un assoluto: “qualsiasi dose = danno certo”. In epidemiologia, però, detta bene significa qualcosa di più preciso (e meno gridabile).
Significa, prima di tutto, che non si individua una soglia sotto la quale il rischio oncologico sia matematicamente zero. E significa anche che, per alcuni tumori, la relazione dose–rischio è compatibile con un andamento continuo: più esposizione, maggiore probabilità.
Il punto è che questo non equivale a dire che ogni unità alcolica produca lo stesso effetto biologico in chiunque, né che il rischio assoluto sia alto anche a dosi basse, né che la stessa frase valga identica per tutti gli esiti di salute (non solo cancro).
L’epidemiologia, per definizione, parla di medie su popolazioni enormi e diversissime. Descrive una tendenza statistica, non un destino individuale. Ed è qui che nasce quasi tutta la confusione comunicativa: trasformare una frase epidemiologica in uno slogan morale.

3) Mortalità totale e “curva a J”: una questione ancora discussa (e piena di bias)
Quando si passa dal “rischio di alcuni tumori” alla mortalità per tutte le cause, per anni è comparsa spesso una figura ricorrente: la cosiddetta curva a J. Si chiama così perché, se metti sull’asse orizzontale la quantità di alcol consumata e su quello verticale il rischio di morire (per qualsiasi causa), la linea, anziché salire e basta, assomiglia a una J: in alcuni studi il rischio risulta più alto nei forti bevitori, più basso nei bevitori leggeri o moderati e non sempre minimo tra gli astemi.
È una forma che ha alimentato l’idea “un po’ fa bene”. Il punto è che questa apparente “protezione” può essere in parte un effetto ottico: negli studi osservazionali il gruppo degli astemi spesso non è composto solo da persone che non hanno mai bevuto, ma include anche ex-bevitori che hanno smesso perché già malati o perché a rischio (il classico sick quitter bias). Se questi profili vengono messi nello stesso gruppo, l’astemia finisce per apparire penalizzata e il consumo moderato premiato, anche quando la differenza dipende soprattutto da chi stai confrontando.
Per questo, negli ultimi anni, molte analisi più rigorose hanno ridimensionato e, in alcuni casi, cancellato quel “vantaggio” del bere poco.

4) Rischio relativo vs rischio assoluto: l’errore che fa esplodere (o minimizzare) tutto
Qui c’è un punto che, secondo me, andrebbe insegnato a scuola insieme all’analisi grammaticale e alla sintassi: la differenza tra rischio relativo e rischio assoluto. Il rischio relativo ti dice di quanto cambia il rischio rispetto a un riferimento (per esempio: “+7%”). Il rischio assoluto, invece, ti obbliga a fare la domanda che conta davvero: quanti casi in più, concretamente, su persone reali e in un certo periodo di tempo?
Prendiamo l’esempio più citato: il tumore al seno. In letteratura si trova spesso questo risultato: un consumo medio di 10 g di etanolo al giorno (circa un’unità alcolica) si associa a un incremento del rischio relativo intorno al 7%. È un dato robusto e replicato. Ma da solo non basta, perché questo “7%” suona enorme o minuscolo a seconda dell’umore di chi legge.
Tradotto in termini assoluti, in alcune stime significa questo: dovresti seguire per circa dieci anni all’incirca 1.000-2.000 donne che consumano alcol in modo moderato per osservare un caso aggiuntivo attribuibile all’alcol (il famoso Number Needed to Harm, NNH). Questo non vuol dire “non succede niente”. Vuol dire: succede, ma non nella forma teatrale che gli slogan fanno immaginare.
Contestualizzare non è assolvere: è rendere il mondo leggibile.

5) Perché il rischio non è uguale per tutti (e non basta dire “dose”)
Il rischio associato all’alcol non dipende solo da quanto bevi, ma anche da chi sei e da come bevi. Due persone possono consumare la stessa quantità e non “pagare” lo stesso prezzo biologico.
C’entra la genetica: alcune varianti nei geni che metabolizzano l’alcol (per esempio nel sistema ALDH) fanno sì che l’acetaldeide, uno dei metaboliti più implicati nei danni, si accumuli di più o venga smaltita peggio. C’entra il sesso: a parità di bicchieri, nelle donne spesso si raggiungono concentrazioni più alte e gli effetti possono comparire a dosi inferiori. E c’entra, tantissimo, il pattern: non è la stessa cosa bere poco e regolare, o concentrare tutto in una sera (“binge”), anche se il totale settimanale sulla carta sembra simile.
Poi ci sono i dettagli pratici che sembrano banali ma non lo sono: bere a digiuno non è come bere con il pasto, e il contesto fisiologico conta eccome. Se fumi, se hai già un fegato in difficoltà, se la dieta e lo stile di vita aggiungono altri fattori di rischio, l’alcol non arriva in un organismo “neutro”: arriva in un sistema che può essere già spinto verso una direzione.
In altre parole, l’etanolo è spesso una causa componente: contribuisce al percorso causale, ma raramente è sufficiente da solo. Il cancro, quasi sempre, è l’esito di interazioni che si sommano nel tempo. E quando riduciamo tutto a una frase assoluta, perdiamo proprio ciò che conta: la struttura reale del rischio, cioè come probabilità diverse si accumulano e come possiamo davvero ridurle.
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Conclusioni
Alla fine, la questione è tutta qui: l’alcol non è “un male assoluto” né “un elisir”. È una sostanza con effetti misurabili e il suo impatto si gioca su dose, tempo e contesto.
Per questo la frase “l’alcol provoca il cancro” è corretta solo se la traduciamo nel linguaggio della scienza: numeri, probabilità, rischio assoluto, differenze individuali. Senza terrorismo, ma anche senza autoassoluzioni.
Se c’è una conclusione davvero utile, non è morale ma pratica: ridurre quantità e frequenza è quasi sempre una scelta sensata. E se vogliamo davvero discutere di salute pubblica, dovremmo smettere di cercare lo slogan giusto e iniziare a fare la cosa più difficile: capire quanto, per chi e a quale prezzo.
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